Digitalia #29 – Un chiropratico chiamato Bruce Lee
Dallo “studio distribuito” di Digitalia: Carlo Becchi, Massimo De Santo, Franco Solerio
Links:
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2 comments
Ciao Ragazzi!
Sempre complimenti per l’ottima trasmissione! Stiamo lavorando con il mio pard Mike per tornare prestissimo online con AstronautiCAST.
Detto questo, vorrei esprimere una riflessione critica in senso assolutamente costruttivo, in particolare riguardo il ruolo di “grande fratello” che da qualche puntata a questa parte sembra vogliate attribuire a Google.
Google non è un sito che in modo fraudolento o segretamente invade la nostra privacy, ma un sistema di servizi a cui abbiamo (io per primo) scelto di aderire liberamente, e che sappiamo tutti benissimo ispeziona a fondo tutto quanto depositiamo sui suoi server per poter realizzare pubblicità supermirata. Ma questo è stato ben chiarito nell’accordo che abbiamo accettato al momento della sottoscrizione, e se la nostra percezione della correttezza dell’operato di Google è cambiata, perchè non cancellare i nostri account?
Nel momento stesso in cui lasciamo una qualsiasi traccia sul “cloud” del web 2.0, che sia una mail, una foto, una twittata, una flautolenza digitale, noi rinunciamo de facto al diritto all’oblio, poichè i nostri dati esisteranno potenzialmente per sempre, nei server, nei backup di quei server, nei PC di chi si è scaricato anche una sola volta qualcosa che ci riguardava. E’ questo concetto che dovreste, a mio modesto e opinabile parere, spiegare con forza agli utenti digitaliani. Di stare attenti, cioè, che affidando i nostri dati ad una qualunque entità web corriamo il rischio equivalente a quello di spennare una gallina per strada e pretenderne di raccoglierne poi tutte le piume. Chi non è attento e non si cura di cosa fa uscire dalla sua sfera personale, corre SEMPRE dei rischi.
Tornando però ad alcuni ragionamenti che ho sentito in questo episodio, vi chiedo anche che differenza passa secondo voi tra il pericolo che la CIA o chissà quale altro ente acceda ai DB di Google e quello che correremmo sottoscrivendo, ad esempio, i servizi postali di Yahoo, o di msn. Non sono tutte aziende americane che debbono osservare il Patriot Act?
E se affidaste i vostri account email ad un’azienda Italiana rispettabilissima e blindata, che poi venisse acquistata da una multinazionale americana? Saremmo daccapo.
E chi vi assicura che i vostri Mac o Windows non contengano backdoor apribili al momento giusto dai Governi? E che dite dei server degli istituti bancari? In tutti questi casi è applicabile il discorso che Franco ha fatto su Google.
Secondo me non c’è via d’uscita: aprirsi vuol dire correre rischi, e chi vuole stare sicuro deve rinunciare proprio di base a diffondere sul web informazioni che lo riguardano. La soluzione è la consapevolezza e la gestione del rapporto rischi/benefici, non già la demonizzazione di Google o di qualsiasi altra azienda.
Tutto questo lo dico in senso costruttivo, sperando di stimolare un ulteriore approfondimento del dibattito, e tutto quanto è ovviamente la mia opinabile opinione
concordo abbastanza con quanto detto da marco e infatti dico che alla decima pubblicità troppo mirata ho purtroppo chiuso tutti i miei account in the google cloud…
Il problema della privacy della mail credo sia un problema comune a tutti gli account perché sinceramente non saprei dire se domani mi compro tiscali e mi possso leggere leggo tutte le mail di tutti senza che qualcuno mi possa fermare…
Sugli istituti bancari direi che siccome son loro che comandano sui governi il discorso non sta in piedi. Guerra permettendo…
IMO
ciao bbbelli buon anno